Sound of Metal

Una personale interpretazione dotata di spoiler.

Recentemente ho guardato Sound of Metal, film del 2019 di Darius Marder candidato agli Oscar 2021 (per tipo trenta cose). Lungi da me fare una recensione o della critica cinematografica, per cui non possiedo alcun tipo di capacità, ho pensato molto a cosa rappresentasse per me questo film che considero, dall’alto della mia ignoranza, veramente bello.

Riz Ahmed alias Ruben

Il film racconta la storia di Ruben (grande Riz Ahmed) un musicista metal che suona, e vive insieme a Lou (Olivia Cooke). Colpisce fin da subito la contrapposizione tra l’automazione isterica con cui Ruben abita il palco e la musica, e la calma straniante con cui vive il resto della sua vita in camper (figo ok) tra frullati vegetali e quella che ora si chiamerebbe mindfulness. Nelle prime scene sembra di assistere a una versione metallara di Hannah Montana, mentre si destreggia nel tenere in equilibrio “the best of both worlds”: da un lato la vita da musicista dannato, dall’altro la sua versione – diciamo – «positive vibes e yoga pre alba».

La vita di Ruben viene interrotta brutalmente da una grave forma di sordità che gli toglie l’80% dell’udito e lo costringe ad abbandonare il tour programmato con Lou e a chiedere aiuto ad una comunità di persone affette da sordità, nella quale si ritira non proprio volontariamente. Il resto del film scorre senza grandi colpi di scena. Si tratta infatti del tentativo disperato di Ruben di tornare a una vita pre sordità, di non soccombere al compito che gli viene affidato appena arriva in comunità: «Imparare ad essere sordo».

Ciò che mi ha colpito in primis è, chiaramente, il suono. Mi capita spesso di interrogarmi su persone che vivono, in modo permanente, una vita molto diversa dalla mia: persone che non hanno una casa, una famiglia o, in questo caso, l’udito. Marder è, a mio parere, molto bravo nel creare un’esperienza immersiva attraverso il suono e la sua assenza (le scene di Ruben in mezzo al traffico o a gruppi di persone sono state difficili da guardare). Si vive in maniera immersiva anche la solitudine di Ruben, la solitudine di tanti che come lui hanno avuto a che fare con simili problematiche. Sto ben attenta a parlare di mancanza. Una cosa che infatti traspare dalle parole del mentore di Ruben in comunità (Paul Raci) è che non si tratta di un handicap, di una vita in assenza, ma piuttosto di una vita di suoni visibili e suoni invisibili, e come tale andrebbe vissuta. Mi ricorda una frase di Claudia Durastanti in La Straniera, un libro che affronta la sordità da un punto di vista abbastanza diverso:

«L’incapacità di fare cose che dovremmo fare, l’impossibilità di vedere, sentire, ricordare o camminare non è un’eccezione quanto una destinazione. Diventiamo tutti disabili, prima o poi.»

Sound of Metal è il racconto del tentativo di restare fermo immobile nel rumore, nel caos, nella sofferenza. L’alternativa a tutto questo è una sconfitta: accettare che non si può più suonare, non si può più sentire, che si deve reimparare a parlare. E si cerca quindi di aggiustare i cocci di una vita già rotta per scoprire, a prezzo di un grande sacrificio, che non è più possibile riaverla indietro, nemmeno simile a prima e, anche se fosse possibile, quella vita non è più sostenibile. Ci si ritrova a sopportare il suono del metallo. E ancora un’altra contrapposizione tra questi suoni graffiati, odiosi, e i rumori della campagna in cui si rifugia Ruben, nei brevi momenti di serenità che faticosamente conquista.

Il motivo per cui ho preso a cuore questo film è abbastanza personale: mi interessano le sovrastrutture che vengono messe in scena. Per me ascoltare metal era un tentativo di restare ferma nel rumore. Una rappresentazione – toh – di come volevo fosse la mia mente. Il rumore della campagna (che non è quella americana di Ruben ma potrebbe esserlo) verso sera è invece la sua contrapposizione e il posto in cui, se vogliamo, mi trovo ora.

Ruben prima della sordità viveva una frenetica ricerca del suono, un suono che fa male e che si tramuta in una lama infilata nel cervello, nei timpani. Una lama di metallo arrugginita che più si prova a togliere, più stride. Quando arriva il silenzio arriva il vuoto ed ecco che allora sembra che questa mancanza abbia un effetto benefico, su di lui ma anche su Lou: nella calma del vuoto (e del silenzio) si crea libertà.

Alla fine Ruben smette di rincorrere un suono e a noi sembra che cali finalmente la pace.

La mia personale interpretazione del film è riassumibile in: «Tutto quello che ti rende più libero, è prezioso».

Tutti noi dovremmo sentirci, prima o poi, liberi e dovremmo proteggere sempre quello che ci rende più liberi, sperando alla fine di non sentire più il nostro rumore del metallo. Io, forse ingenuamente, continuerò a proteggerlo sempre.

La mia scena preferita del film 💔

The funny one, maybe

The funny one, maybe